27/11/2007 23:28


La risorsa inesauribile

L'economia tradizionale, quella fatta di ferro e di petrolio, è fondata sul meccanismo della domanda e dell'offerta: è il rapporto fra la domanda di un bene e la disponibilità del medesimo a determinare il valore economico di quest'ultimo. Inoltre il principio di scarsità, determinato dal fatto che le risorse materiali si consumano con l'uso, ha prodotto quello di proprietà, ovvero di disponibilità esclusiva di una data risorsa e della richiesta di un corrispettivo economico di adeguato valore per la sua cessione. L'appropriarsi di un bene materiale senza corrispondere in cambio il valore richiesto da chi lo possiede è una azione indebita, un furto: in base al principio di scarsità, se io rubo una mela qualcun altro avrà una mela in meno, poiché tanto l'appropriazione legittima (acquisto) quanto quella illegittima (furto) determinano l'alienazione della disponibilità del bene al possessore originario. Analogamente, se io ho una mela e tu hai una mela, e ce le scambiamo, ciascuno di noi se ne andrà via con una mela, niente di più e niente di meno.

L'aumento della richiesta di risorse materiali, quali ad esempio cibo e petrolio, è poi legato in modo determinante all'aumento della popolazione mondiale: tanti più siamo, tanto più consumiamo e quindi tanto più rafforziamo il suddetto principio di scarsità.

Ma se queste dinamiche sono valide per i beni materiali, è piuttosto semplice dimostrare come esse non lo siano per quelli immateriali, ossia di natura intellettuale. Un esempio per tutti: se io ho un'idea e tu hai un'idea, e ce le scambiamo, ciascuno di noi se ne andrà via con due idee; se moltiplicare pani e pesci è una prerogativa di pochi (pare di uno solo), moltiplicare le idee è quindi alla portata di tutti. Il principio di scarsità viene meno, e addirittura si inverte: tanti più siamo e tanto più aumenta la quantità di teste pensanti, e quindi la quantità di idee in circolazione. Così come viene meno la possibilità oggettiva di alienare un bene di natura intellettuale: che questo venga concesso dietro compenso o che venga acquisito indebitamente, il titolare originario non ne rimane mai realmente privo e viene quindi meno anche la possibilità di furto.

In quanto risorsa immateriale, le idee non si distruggono né si consumano con l'uso, ed anzi si auto-generano: con più ce ne sono e con più se ne creano di nuove. D'altra parte, se ciò non fosse già stato chiaro ai legislatori di tutti i tempi non vi sarebbe stata la necessità di identificare per i beni immateriali una nuova fattispecie giuridica, ossia il diritto di autore (Copyright), e sarebbero bastate le norme che da sempre regolano la proprietà e la sua violazione. Quindi, dove si parla di Copyright si parla di un diritto che non è un diritto di proprietà, e la violazione di tale diritto, pur se illecita e perseguibile per legge, non è un furto. Tant'è che il dichiararsi autore di una creazione intellettuale di altri si chiama plagio, e non appropriazione indebita. Per questi motivi la definizione di proprietà intellettuale, spesso abusata per indicare la titolarità di beni immateriali, non deve trarre in inganno, perché se presa alla lettera rappresenta un ossimoro: le qualifiche di proprietà e di intellettuale fanno a pugni, ed il sostenere l'opposto denota superficialità di ragionamento, quando non vera e propria malafede.

Cosa voglio dimostrare con ciò ? Nulla di quanto io non abbia detto, ovvero che frasi del tipo ``Mi hai rubato un'idea!'' sono prive di fondamento logico: la copia di una canzone, di un film, di un programma software, di un'idea, può essere illecita se fatta in modo non autorizzato ma tale illiceità non rientra nella fattispecie del furto, perché copiare non è rubare, dal momento che la risorsa oggetto del contendere non è né scarsa e né si consuma con l'uso.

E` la capacità di copiare liberamente gli sforzi fatti dai propri simili la qualità che più caratterizza l'uomo come essere intelligente, ciò che lo eleva rispetto alle altre specie viventi e che ne ha determinato il successo evolutivo. Senza la possibilità di copiare segni, suoni ed immagini prodotti da altri non esisterebbero linguaggi sufficientemente espressivi da consentire agli uomini di scambiarsi l'un l'altro idee e concetti. La protezione del diritto d'autore deve essere quindi il frutto di una mediazione fra il dare la possibilità agli autori di vivere dei frutti del proprio lavoro e all'umanità intera il diritto di copiare dai propri simili e riprodurne le opere, non l'affermazione di un inaccettabile principio di proprietà esclusiva sulle idee.

Gli autori lungimiranti ed innovativi scelgono sempre più spesso di affidare la protezione del proprio lavoro a termini di licenza volti ad impedire il plagio più che non la copia e ridistribuzione dalle loro opere; lo dimostra la crescente diffusione delle licenze Creative Commons , GNU General Public License e delle varie altre forme legali volte a garantire al tempo stesso i diritti degli autori e la libertà di copia a certe condizioni. Perché è il poter copiare, ben più che il cercare di impedirlo, a creare ricchezza e benessere , come ormai vari studi indipendenti dimostrano; gli stessi autori vivono soprattutto di popolarità, non di forzata scarsità tesa a mercificare tutto il mercificabile.

La sempre maggiore facilità con cui le opere circolano fra le persone grazie alle nuove tecnologie di condivisione di massa, in particolare attraverso la rete Internet, è un fenomeno che va innanzi tutto a vantaggio di autori ed artisti, che possono finalmente contare su una distribuzione planetaria delle loro opere ben più efficacie di quanto gli editori e gli intermediari a cui gli artisti stessi si sono affidati abbiano mai saputo assicurare. E per giunta a costo zero e senza neppur dover rinunciare alla gran parte dei diritti sul proprio lavoro né alla quasi totalità dei relativi eventuali introiti.

Perché per l'appunto, lo ripeto ancora, copiare non è rubare ma è moltiplicare, cioè diffondere, ed ogni altra considerazione in merito deve partire innanzi tutto da questo e dal come ciò possa essere fatto nel rispetto dell'opera e del suo autore, non dallo spasmodico tentativo di perpetuare vetuste rendite di posizione.

Aggiornamento del 22/7/2011: Digital abundance

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Scritto da Carlo Strozzi | Permalink

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